PRIMA DI TUTTO ITALIANI, SUL NUOVO NUMERO: ALITALIA, RIFORMA O MORTE

prima-apr“Riforma o morte?” è il titolo di apertura scelto per il numero di aprile di Prima di Tutto Italiani, (cliccare qui per scaricarlo) con riferimento al caso Alitalia. L’affaire della compagnia di bandiera nazionale, all’indomani della consultazione tra i lavoratori e l’esigenza improrogabile di vendere, è l’emblema di un paese che deve imparare a cambiare,

La bacchetta magica (ovviamente) non l’ha in mano o in tasca nessuno – si legge nel fondino di apertura – . Né ministri, né analisti, né commentatori. Ma il caso Alitalia deve far riflettere tutti. Piloti strapagatiservizi non sempre all’altezza, debiti che si moltiplicano, utili inesistenti. Che il management fino ad oggi abbia fatto cilecca è nei fatti. La compagnia di bandiera italiana, oggettivamente, rispecchia il nostro Paese che, sordo al cambiamento, rischia ogni giorno di più di sprofondare nelle sabbie mobili. Come uscirne? Con la cultura del lavoro, dell’evoluzione e della competitività. Senza piangere sul latte versato ma senza commettere, per l’ennesima volta, gli errori di sempre che sono il padre e la madre dell’attuale assurdità.

Da segnalare sul nuovo numero il fondo di Roberto Menia sui 30 anni dalla morte del reporter Almerigo Grilz, l’intervista di Francesco De Palo al consigliere regionale dell’Alto Adige Alessandro Urzì sulla battaglia per la toponomastica, il ricordo vergato da Enzo Terzi sul liberale palermitano Francesco Ferrara, la conversazione di Enrico Filotico con Suor Anna Monia Alfieri sulla scuola paritaria, i rilievi di Matteo Zanellato sui rischi per i prodotti italiani dai dazi di Trump.

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CASA ITALIA A TORONTO, LA MISSIVA DI CARLO CONSIGLIO

TorontoPubblichiamo la lettera che Carlo Consiglio ha inviato al settimanale “Lo Specchio”, diretto a Woodbridge da Giovanna Tozzi.

C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole anzi di antico; io sono altrove……. Per me che ho chiaro lo scenario che va profilandosi contro la Comunità Italiana di Toronto, il Pascoli credo sintetizzi il percorso obbligato che quella parte sana della comunità dovrà intraprendere. Mi riferisco al progetto di vendere l’edificio del Consolato e le aree di pertinenza per realizzare un mega edificio di non so quanti piani concretizzando una permuta con un costruttore che per puro caso mi richiama alla memoria lo stesso Pascoli, progetto che ha tutori e sponsor tra i soliti “signorsi”, per ottenere in cambio locali da destinare a sedi degli organismi di rappresentanza del Governo italiano in Toronto e un gruzzolo di milioni da inviare a Roma.

Mi riferisco al progetto di vendere l’edificio del Consolato e le aree di pertinenza per realizzare un mega edificio di non so quanti piani concretizzando una permuta con un costruttore che per puro caso mi richiama alla memoria lo stesso Pascoli, progetto che ha tutori e sponsor tra i soliti “signorsi”, per ottenere in cambio locali da destinare a sedi degli organismi di rappresentanza del Governo italiano in Toronto e un gruzzolo di milioni da inviare a Roma.

Consentimi, caro Direttore, di chiarire prima di entrare nel vivo del mio ragionamento, cosa intendo e cosa sottende “io sono altrove”. Negli ultimi trent’anni che, consentimi di sottolineare con orgoglio, hanno rappresentato un periodo d’oro per la storia di questa nostra comunita’, vi sono stati protagonisti di tante battaglie (Monumento all’Italiano caduto sul lavoro in Woodbridge, il riconoscimento ad esistere come COMITES, Vicenda RAI, accettazione da parte del MAE del ruolo di leader di Toronto nell’insegnamento dell’italiano) cui la comunita’ ha riconosciuto un ruolo di leader.

Tantissimi di tali protagonisti, ed anche io tra i tanti, per i piu’ svariati motivi hanno preferito defilarsi e non partecipare piu’ attivamente alla vita comunitaria. Un esempio emblematico di un leader che ha speso una vita avendo come obbiettivo l’interesse della Comunita’ consentendo alla stessa di mantenere e riconoscersi nelle proprie radici è stato Alberto Di Giovanni. Ma tanti altri come Lui hanno profuso impegno. Non posso non citare Tony Fusco, Gino Bucchino, Gino Ripandelli, la signora Bartoli, Tony Porretta e altri ancora che si sono avviati e non me ne vogliano i tantissimi che non ho citato un po per evidenti motivi di spazio e soprattutto perché l’eta’ attutisce i ricordi.

Orbene, per tutti costoro, deve suonare la campana e insieme con la Comunita’ riprendere a lottare contro chi vuole penalizzarla. L’edificio del Consolato Italiano non e’ altro che la “Casa d’Italia” realizzata dalla Comunita’ negli anni trenta con grandi sacrifici ma anche con tanto orgoglio. Questo Edificio fu confiscato dal Governo Canadese nel 1940, all’inizio della guerra, che vedeva i due paesi combattere su diversi fronti, e definitivamente restituito alla Comunita’, e non al Governo italiano, per essere destinato a sede del Consolato.

Non vi e’ dubbio alcuno che il complesso attualmente sede del Consolato e’ patrimonio della Comunita’ e se nella denegata ipotesi dovesse subire una variazione, il frutto di tale variazione non puo’ non che rimanere della Comunita’.

Occorre rivolgersi in prima istanza all’Autorita’ canadese e far loro comprendere che Casa Italia deve essere considerato edificio di interesse storico e culturale e deve quindi essere preservato e tutelato. Se in Italia si fosse indiscriminatamente rinunziato a tutelare quanto storicamente e culturalmente rilevante, oggi non avremmo piu’ il Colosseo, la Valle dei Templi o il Cristo velato della mia Napoli. Subito dopo bisogna evitare che il Consolato con l’ausilio dei soliti signorsi possa realizzare il progetto investendo della questione il Ministro degli Esteri e Presidente del C.G.I.E. che ha ultimamente ha ribadito che le sedi diplomatiche non devono essere vendute.

Infine, nella denegata ipotesi in cui lo scempio non possa essere evitato, chiede e ottenere che l’utile dell’operazione rimanga qui in Canada a disposizione della Comunita’ che ripeto è la titolare di ogni diritto. Ecco perché caro Direttore nell’aria c’è qualcosa di nuovo che sa di antico: c’è la necessita’ e la volonta’ di lottare e la necessita’ da parte Tua di suonare la campana e chiamarci a raccolta.

Carlo Consiglio

LA PARABOLA DI POLETTI: GAFFEUR O INCOMPETENTE?

polettiPubblichiamo l’editoriale del Segretario Generale del Ctim, on. Roberto Menia, apparso oggi sul Giornale d’Italia.

C’era una volta la sinistra di lotta e di governo che sventolava, come una bandiera/mantra, il dettato costituzionale relativo al fatto che l’Italia fosse una Repubblica fondata sul lavoro. Come se alle altre forze politiche non importasse poi molto dei livelli di occupazione. E c’era una volta un governo, o più di uno, dove la delicatissima casella del welfare venne affidata a Giuliano Poletti.

Sia chiaro: non siamo qui per inscenare un tribunale di accusa contro nessuno, solo animare una discussione (negli auspici alta) sull’opportunità che Poletti, a metà strada tra un gaffeur di professione o un incompetente, sieda su quello scranno così delicato per il nostro Paese.

I recenti dati Istat hanno provocato un attacco (contagioso) di euforia a Palazzo Chigi. Il tasso giovanile di disoccupazione è ai minimi dal 2012, e torna al 35,2%. Invece è stabile il numero degli occupati, mentre si contrae quello delle persone in cerca di occupazione e aumenta quello degli inattivi (drammatico): con ad aggravare il quadro la postilla relativa al numeri di emigranti che lasciano l’Italia, non più studenti o neolaureati ma maturi 40enni con in valigia fior di master e figli al seguito. Il premier Paolo Gentiloni ha twittato con insolito ardore trionfalistico: “L’impegno per le riforme ottiene risultati. E continua”.

Da festeggiare, invece, c’è davvero poco. Il gaffeur/incompetente, mentre Premier e past segretario del Pd si spellavano le mani applaudendo gli zero virgola registrati dall’Istat, collezionava uscite fuori luogo e attacchi diretti a quella fetta di italiani che non ha santi in paradiso e manda, come nel resto d’Europa, curricula sperando in un colloquio. “Il rapporto di lavoro è prima di tutto un rapporto di fiducia. È per questo che lo si trova di più giocando a calcetto che mandando in giro dei curriculum“. E ancora, a proposito dei giovani italiani costretti ad andare all’estero per cercare lavoro disse “alcuni meglio non averli tra i piedi”.

Non è certo da bacchettoni indignarsi per la volgarità delle parole di Poletti, ma serve (eccome) se vogliamo recuperare un certo tasso di dignità in questo Paese che cambia leggi elettorali come caramelle e non fa un passo uno in direzione del futuro.

Qui ci stanno imbrogliando: lo hanno fatto con il job’act, con il valzer sui voucher, sulle promesse da buontemponi che prima Renzi e oggi ancora Renzi (tramite Gentiloni) ha fatto a chi vede l’ombra di uno scenario ellenico appropinquarsi sullo stivale. Giorni fa il Financial Times, non il Gazzettino delle Coop di Poletti o il web magazine di suo figlio che tanto clamore ha fatto in rete per la storia dei contributi, ha scritto che l’Italia è seduta su una polveriera.

Altro che Grecia. E come allontaniamo quel pericolo dalle parti del governo? Lasciando al suo posto Poletti e le sue parole, pesanti come macigni, lanciate al cuore del problema italiano: il welfare. Peggio del curriculum vuoto della ministra Fedeli.

twitter@robertomenia