Due o tre cose che penso sugli italiani all’estero

di Roberto Menia

Fonte: Gente d’Italia del 16/05/2020

Un grande italiano, Giovanbattista Vico, che imparammo a conoscere sui banchi di scuola per la sua “concezione circolare della storia”, fu anche il primo a formulare il concetto dell’”eterogenesi dei fini”. Secondo Vico, infatti, la storia umana, pur conservando in potenza la realizzazione di certi fini, non è lineare e lungo il suo percorso evolutivo può accadere che l’uomo, nel tentativo di raggoiungere una finalità, arrivi a conclusioni opposte o comunque differenti.

Senza ragionare di filosofia e di storia, ma degradando più modestamente alla cronaca politica, credo, pur dicendolo con amarezza, che di ”eterogenesi dei fini” si possa ben parlare a proposito della vicenda della rappresentanza degli italiani nel mondo e del voto all’estero.

Ricordo Mirko Tremaglia raggiante quando, a cavallo degli anni 2000 e 2001, dopo una battaglia cinquantennale che fu prima del MSI e poi di AN, per decenni osteggiata e vilipesa dalla sinistra, il Parlamento Italiano giunse finalmente ad affermare il diritto di votare per gli italiani all’estero e di scegliere i propri rappresentanti.

Tremaglia scherzava su quella che fu la vittoria della sua vita dicendo: “Pensate che un ex repubblichino è riuscito cambiare due volte la Costituzione e a diventare un ‘distributore di democrazia’ donando il voto agli italiani all’estero”.

Si votò per la prima volta all’estero nel 2006 e ma molti dei destinatari di quel dono non furono certo riconoscenti al vecchio leone bergamasco. Non ho mai dimenticato quello striscione irridente, esposto dalla sinistra in piazza a Roma, che diceva “Tremaglia santo subito” perché proprio il voto all’estero aveva consegnato il governo a Prodi e C.

Come dimenticare “el Senador” Pallaro, da Buenos Aires, che dopo aver giurato a Tremaglia fedeltà e riconoscenza eterna, dette il suo voto determinante per far nascere il governo di Prodi e dell’Ulivo: molto si disse e si scrisse su ciò che ottenne in cambio…

Alla sua corte all’epoca c’era il giovane Merlo, che diventerà grande, abbandonerà il padre e fonderà il Maie, dopo aver però imparato da Pallaro l’arte del mercanteggiare in politica e soprattutto il buttarsi sempre dalla parte in cui tira il vento. Così si può, come il poco nobile Conte, stare un giorno con Salvini e il giorno dopo con Zingaretti: sempre al governo però…

Tremaglia immaginava, prima di scontrarsi amaramente con la realtà della prassi della politica italiana dentro e fuori i confini, di portare in Parlamento il meglio dell’italianità nel mondo: scienziati, premi Nobel, ricercatori, artisti, impenditori, immaginava addirittura che si potesse formare una lista unica e fuori dai partiti che fosse espressione di questa crema…

Invece, e diciamolo pure, la qualità di una buona parte degli eletti all’estero è stata scadente, drammaticamente scadente. Alcuni sono stati semplicemente inqualificabili nella loro nullità, magari con il condimento di scandali e brogli, di voti comprati, di schede vendute, di postini conniventi, di schede intercettate, decuplicate, stampate e buttate perché copiate male e con il colore sbagliato…

E poi… Paradossalmente il voto all’estero è diventato riserva di caccia del PD: il tema degli italiani nel mondo è stato coniugato dalle sinistre in un doppio binario logistico: da un lato sono riuscite sapientemente ad incunearsi nel mondo del patronati ideologicamente schierati, dall’altro hanno saputo trarne il massimo beneficio elettorale, ma lasciando senza risposta le istanze più significative. Il riferimento è all’imu per i residenti all’estero, alle difficoltà burocratiche e alle pressioni fiscali che ricevono, passando per un sistema di accesso ai servizi troppo spesso deficitario. In questo vuoto politico si insinuano allora, a volo d’uccello, anzi di merlo, le furbate di chi crea (sempre in tema ornitologico) gli specchietti per le allodole, come la costruzione di un edificio per la nuova cancelleria consolare a Montevideo: lì i soldi si sono, anzi la cifra è importante, ma non si trovano ancora invece per far rientrare migliaia di nostri connazionali bloccati all’estero a seguito dell’emergenza legata alla pandemia, costretti a esborsi notevoli per salire su un volo Alitalia o peggio, magari su Iran Air…

Ed è curioso anche notare che alla fine, negli ultimi due governi della Repubblica, la nullità dei 5 Stelle, sommata ad un evidente deficit di “italianità profonda” tanto nella Lega quanto nel PD, abbia determinato una totale mancanza di strategia e di politica per gli italiani all’estero: in questo vuoto si fa finta di dar voce agli stessi esibendo a sottosegretario uno che, come disse Papa Francesco, “viene dall’altra parte del mondo”: lui (non il Papa, l’altro) prega che questa situazione duri a lungo e possa consentirgli di esibire, con alcuni suoi fidi, un piccolo potere di governo.

Non è però dando spazio ad un modus operandi così approssimativo e ingannevole che la grande questione dei nostri connazionali all’estero potrà essere affrontata in maniera organica e costruttiva: in questo fallimento rientra l’identità stessa della sinistra italiana, la si chiami Pd, M5s o Leu poco cambia. La sostanza è che, a fronte di una miriade di esigenze e richieste, come una rete proficua con la casa madre Italia, un dialogo fitto con le camere di commercio italiane nel mondo, una interlocuzione edificante con i gradi temi in agenda come la lotta alla contraffazione e la promozione armonica e non a spot del made in Italy, le sinistre hanno mancato l’obiettivo. Lo dimostra l’insoddisfazione generale che nei cinque continenti si respira.

Di solito dalle grandi crisi escono poi le grandi rivoluzioni: io non rinuncio a sperare che rinasca la nobiltà della politica e questa sia in grado di rimettere la questione degli italiani nel mondo sui giusti binari: “Esiste un’Italia fuori dall’Italia – ripeteva spesso Mirko Tremaglia – un’Italia fatta di uomini e donne che parlano la nostra lingua, la trasmettono ai loro figli, portano il lavoro, il sacrificio, l’intelligenza, la civiltà italiana.

L’altra Italia è una grande ricchezza e ad essa bisogna dare voce”. Ed è vero se solo si pensa che oggi sono oltre 5 milioni i cittadini italiani all’estero e oltre 60 milioni gli oriundi. Un patrimonio immenso fatto di lingua, storie, associazioni, giornali, attività imprenditoriali, biblioteche, giornali, tv. Che ha un enorme ritorno, non solo culturale o romantico, ma anche economico.

Ecco perché le conquiste sul voto all’estero non vanno messe in discussione nel loro valore democratico, nazionale, morale e spirituale; ma bisogna avere il coraggio di metter mano e subito alla modalità di attuazione dello stesso: i partiti per primi devono avere il coraggio di attuare modalità di selezione dei candidati che portino il migliori dei nostri connazionali all’estero al parlamento di Roma, non i più furbi, i più maneggioni o i più ricchi: va assicurata la segretezza e la personalità del voto; va abolito il voto per corrispondenza e sostituito con quello nei seggi consolari o elettronico certificato (che poi ora col covid tutti hanno imparato a far tutto con pc da remoto…)

E bisogna soprattutto ricreare un politica per l’Italia nel mondo, tessere una rete di solidarietà e azione in cui il made in Italy non sia una bandiera da sventolare solo in occasione di eventi elettorali. Ma farsi creatori di una nuova stagione di impegno fattivo per gli italiani nel mondo, partendo da quello spirito di unità nazionale che può essere coniugato da New York a Sydney, da Houston a Berlino, nella consapevolezza che un’altra occasione non sarà ammessa dopo che gli italiani residenti all’estero hanno patito sulla propria pelle le deficienze strutturali tanto care alla sinistra tricolore.

@robertomenia

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