Caso dazi, ecco la ricetta (diplomatica) per proteggere il made in Italy

Negli ultimi mesi dopo l’annuncio da parte dell’amministrazione americana di voler aumentare in maniera esponenziale i dazi sui prodotti agroalimentari e non solo, provenienti dai paesi europei, sono emerse le preoccupazioni ed i solleciti da parte di un settore importante che traina l’economia italiana per quanto riguarda l’esportazione.

Al di là delle richieste istituzionali e dei tentativi di negoziazione tra i due Governi, è stato anche fondamentale il ruolo avuto a livello nazionale ed internazionale da parte di organizzazioni e comitati costituiti per fare sentire la propria voce ai responsabili della strategia dell’amministrazione Trump. Il Comitato Tricolore per gli italiani nel Mondo (CTIM) ha voluto sollecitare, attraverso i rapporti che mantiene sul territorio con i leaders e vari rappresentanti del congresso americano, l’iniziativa della coalizione alimenti italo americani, denominata AIFC (American Italian Food Coalition), con a capo l’ ex deputato Lou Barletta e promossa dal Presidente Niapac (National Italian American Political Action Committee) on. Amato Berardi, dialogando con il capo dei consulenti economici della Casa Bianca, Peter Kent Navarro.

Al fine di contrastare l’applicazione dei dazi Usa sui prodottti agroalimentari giudicati non applicabili ai prodotti italiani, e prevenire ripercussioni negative nei comparti produttivi con potenziali chiusure di aziende e danni irriparrabili con perdite di posti di lavoro. Un condizionamento oggettivo dell’economia italiana. I dazi sono una misura di rappresaglia nei confronti di quei paesi europei che hanno ricevuto finanziamenti e contributi Ue per la costruzione degli aeromobili Airbus danneggiando, di fatto, l’industria aeronautica Usa. Ma l’Italia non ha usufruito di tali vantaggi come altri paesi europei e quindi dovrebbe essere esente.

Nella notte di San Valentino, l’Office of United State Trade Representative, guidato da Robert Lighthizer, ha pubblicato la lista delle tariffe doganali, riviste dopo il primo elenco adottato il 18 ottobre 2019, a titolo di risarcimento per i finanziamenti Ue ad Airbus. Il carico per l’Italia rimane invariato. Washington ha deciso di non alzare i dazi al 25% che sono scattati nell’ottobre scorso, su vari prodotti realizzati nel vecchio continente, formaggi (compreso il Parmigiano Reggiano, il pecorino), salumi, agrumi e liquori e ha fatto solo lievi modifiche alla lista, rimuovendo ad esempio il succo di prugna. Non viene aumentato l’importo del prelievo alla dogana. Restano fuori, ed è un grande sollievo per i produttori, i vini italiani, il cui export negli Usa vale circa 2 miliardi di dollari.

“Un’ottima notizia – osserva il Presidente del Ctim, Vincenzo Arcobelli – L’Italia, per il momento, esce indenne, ma bisognerà monitorare la situazione, mantenendo i rapporti costruiti nel tempo a livello locale e nazionale, tramite il contributo delle organizzazioni e delle associazioni che promuovono iniziative culturali e commericali, con la promozione delle eccellenze e dei prodotti di qualità made in Italy. Occorre sensibilizzare le autorità e l’opinione pubblica nel comprendere le differenze sostanziali tra l’italian sounding ed i prodotti autentici italiani, promuovendo una campagna anti contraffazione. La sinergia e l’unità di intenti con organizzazioni italo americane come Aifc, Niapac, Niaf, Osia, Csna, Unico, deve essere condotta con una visione che sia nella stessa direzione di tutti gli altri attori istituzionali in campo per promuovere l’Italia”.

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