Uno scatto per l’Italia: il nuovo numero di PrimadiTuttoItaliani

Uno scatto per l’Italia. Così apre il nuovo numero di PrimadiTuttoItaliani il foglio del CTIM (Cliccare qui per scaricarlo).

La politica romana è chiamata ad uno scatto culturale, così come accade nelle altre cancellerie che perseguono legittimamente i propri interessi commerciali e geopolitici, ma a cui nessuno suona l’allarme sovranismo. Interesse nazionale non è uno slogan vuoto, utile solo per i giustificazionisti di chi svende il proprio paese. Ma è la cartina di tornasole di tutti. Vale per i grandi e per i piccoli, ed è ipocrita chi sostiene il contrario.

Si è visto mai l’Eliseo fare volontariato verso il governo tedesco, ad esempio? No di certo. Dunque vediamo. La contraffazione del made in Italy vale 100 miliardi di euro: ecco spiegato perché non si riesce a sconfiggere una piaga che incide sulle tasche dei produttori italiani. Non solo abbigliamento, elettronica, giochi e agroalimentare ma anche altri settori non più di nicchia (farmaci). Come difendersi? Si tratta di una stima che dà la cifra pragmatica di quanto denaro muove chi imita e squalifica i nostri marchi. La maggioranza dei prodotti contraffatti provengono da Cina, Hong Kong e Turchia, per il 14% si tratta di agroalimentare.

Tra i prodotti italiani venduti dal colosso cinese Alibaba figurano anche olio pugliese, pecorino toscano: grave che la più grande piattaforma web di vendite on line al mondo sia stata coinvolta in questa situazione, che evidentemente va normata.

Qualche giorno fa Confindustria Lombardia ha promosso un meeting on line sul tema, visto che troppo spesso la politica si è distinta più per promesse che per fatti e via dell’Astronomia ha inteso accendere un fascio di luce su questo vero e proprio cancro. Si è discusso di tutela della proprietà intellettuale e di lotta alla contraffazione in Cina, visto che le merci italiane in virtù del proprio status sono fortemente esposte al fenomeno della contraffazione. La concorrenza sleale resta un danno unico nel suo genere che non si riesce a debellare.

Ma la politica, con le leve del controllo e della normativa ad hoc, dovrebbe assicurare al consumatore finale la possibilità di scegliere il vero Made in Italy, visto che troppo spesso è preda delle suddette contraffazioni. Lo dimostra il fatto che le frodi sono aumentate del 17% nel 2020 per quanto riguarda i derivati del pomodoro dalla Cina (non va dimenticato che Pechino è il principale fornitore dell’Italia).

E’stato grazie alle insistenze di Coldiretti che è scattato l’obbligo di indicare in etichetta l’origine per una serie di prodotti come polpe, pelati e concentrato (Gazzetta Ufficiale 47 del 26 febbraio 2018) in virtù del decreto interministeriale per l’origine obbligatoria. Un buon risultato che però da solo non è sufficiente a combattere questa drammatica guerra, commerciale e anche sociale visto che colpisce direttamente un pezzo della tradizione italiana.

Dal cibo ai vaccini: anche in questo caso ognuno è andato per conto suo e adesso l’Ue ne paga le conseguenze. L’Italia avrebbe potuto fare di più? Sì. Il problema è culturale, quindi politico. Non è condivisibile quella narrazione perbenista di chi solleva il dito contro il cosiddetto sovranismo nazionale, come se fosse una politica non praticata anche da i maggiori soggetti in campo.

E’quella la traccia da seguire, perché porta dritto a chi avvelena i pozzi. I venditori di pentole, gli Efialte che per decenni hanno tradito l’Italia oggi sono gli stessi che si indignano se qualcuno non ne può più di affari svantaggiosi e trattative condotte al ribasso (come fatto da Roma a Tripoli, dove siamo vergognosamente costretti a chiedere il nulla osta ad Ankara).

Da segnalare sul nuovo numero l’allarme sul nutriscore dello chef Giovanni Trigona, il coraggio che manca all’Italia sul gasdotto Eastmed, il fondo di Roberto Menia sul nuovo patto di cittadinanza. 

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